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Festività dell’Antica Roma – le Faunalia

di Cristina Donati

Nell’antica Roma le Faunalia erano feste celebrate in onore di Fauno, divinità italica di origine pastorale, protettore del bestiame e della fecondità, dio della campagna contrapposto al dio dei boschi Silvano. Secondo la tradizione, il culto fu introdotto a Roma da Numa Pompilio (715-663 a.C). Caratteristica soprattutto delle zone rurali, la celebrazione aveva luogo in inverno e in primavera: le Faunalia invernali, conosciute anche come Faunalia Rustica, si svolgevano dal 5 (dies faustus) all’8 dicembre (none di dicembre) e chiudevano l’anno nelle campagne, mentre le Faunalia Primaverili, meglio conosciute come Lupercalia, precedevano il risveglio primaverile della natura invocando la protezione sulle greggi, e ricorrevano il 15 febbraio.

I festeggiamenti delle Faunalia Rustica si svolgevano all’aperto, generalmente nei campi lontano dalla città. Pastori e contadini si intrattenevano intorno a spettacolari fuochi propiziatori, i villaggi erano in festa, i crateri traboccavano di vino, e dalle antiche are si levavano nuvole d’incenso. Erano giorni in cui i buoi non erano sottoposti al giogo, perché all’allegria dilagante dovevano partecipare non solo gli uomini, ma anche gli animali: gli agnelli ruzzolavano nei prati, i villici riposavano coricati sull’erba oppure eseguivano balli rustici, si sacrificavano al dio capretti o pecore le cui carni erano distribuite ai presenti. Sembra che in quella ricorrenza, miracolosamente il lupo non desse più la caccia alle greggi. Durante le ore notturne aveva luogo una danza particolare, utilizzata anche dai sacerdoti Salii, attraverso la quale si invocava la protezione di Fauno sul raccolto e sul bestiame.

A Roma, l’unico tempio a Fauno si trovava sull’Isola Tiberina e, presso un bosco situato nelle vicinanze della fontana Albunea, esisteva un celebre oracolo dedicato al dio.

A quanto ci racconta Orazio[1], le Faunalia Rustica erano una specie di S. Silvestro rurale dell’età pagana.

In questo contesto Fauno è posto in esplicito rapporto col lupo. Nell’ode oraziana si invoca Fauno chiedendogli di mostrare il suo aspetto mite, affinché i germogli possano spuntare dal suolo, ma le immagini più intense sono dedicate alle fronde della foresta e ai lupi che vi vagano. Fauno è un’entità divina che affascina proprio per la sua ambiguità: parte uomo e parte dio, è raffigurato in forma umana e ferina, probabilmente per dare risalto a una certa primordiale ambivalenza, orientata ora verso il bene ora verso il male. Perciò si rende necessario rabbonirlo con preghiere e riti adatti alla sua indole.

 

Marco Terenzio Varrone, tramandato da S. Agostino, racconta un rituale notturno che i Romani svolgevano per impedire al demone Fauno, in occasione della nascita di un bimbo, di insediare la puerpera: tre uomini impersonavano i guardiani della soglia, costoro percorrevano i limiti della casa, si recavano alla porta principale; il primo, rappresentante di Picumno, demone del mortaio e della scure, colpiva la soglia con una scure, il secondo, in veste di Pilumno, demone della lancia e del pestello, colpiva la soglia con un’arma da lancio, e il terzo, che impersonava Stercutius, demone dell’immondizia e per contrasto della purificazione, ripuliva la soglia dalle schegge con una scopa (nelle antiche culture certi utensili quotidiani avevano valenze magiche e se ne trova il ricordo nelle favole) invocando Deverra, divinità inserita nell’elenco degli “Indigitamenta” (invocazioni alle divinità).

Con questi atti rituali si sarebbe esorcizzata l’intromissione di Fauno o più tradizionalmente di Silvano.

Varrone … afferma che vengono assegnati tre dèi come custodi

alla donna che ha partorito, affinché il dio Silvano non entri di

notte e le usi violenza. E per simboleggiare i tre custodi, tre

uomini debbono girare attorno alla casa di notte, colpirne il

limitare prima con la scure, poi con il mortaio e infine ripulirlo

con la scopa: con questi segni di culto il dio Silvano non potrà

entrare[2]

 

Il dio Fauno viene successivamente identificato con Pan e in età classica si moltiplica: i Fauni diventano creature campestri, equivalenti dei satiri greci. Come questi, hanno il corpo metà d’uomo e metà di capra, corna e zoccoli.

 

 

Fonti

http://www.lacittadella-web.com/forum/viewtopic.php?f=11&t=1541

http://dagr.univ-tlse2.fr/sdx/dagr/feuilleter.xsp?tome=3&partie=1&numPage=474&vue=image

 


[1] Orazio, Odi III, 18

[2] S. Agostino, La città di Dio, VI 9, 3.